lunedì 22 dicembre 2014

La mia personalissima top five dei film visti e usciti nel 2014

Avvicinandomi alla fine dell'anno, vorrei tirare un po' le somme e stilare una piccolissima lista delle pellicole del 2014 che hanno lasciato un piccolo solco dentro la mia umile esistenza.

Tenete conto che non sono riuscito a vedere TUTTI i film usciti nel 2014 e che si tratta comunque di una lista molto intima, senza pretese di oggettività assoluta.

The Lego Movie
Di Phil Lord e Chris Miller



La mia prima scelta va al film d’animazione (oppure sarebbe giusto dire “tecnica mista?) più curioso dell’anno, anzi, uno dei film d’animazione più curiosi mai prodotti in occidente. Il motivo che rende The Lego Movie così unico nel suo genere è fondamentalmente una: Il lego giocattolo (quello reale) è caratterizzato dal suo essere modulare (mattoncini singoli che possono essere combinati per essere qualsiasi cosa) e derivativo (le costruzioni e gli omini stessi fanno riferimento a figure reali oppure tipiche della cultura popolare), di conseguenza, la sua trasposizione filmica non può che essere essa stessa modulare e derivativa. Mentre la seconda caratteristica non rappresenta nulla di originale in se (nell’epoca postmoderna è diventata la prassi per qualsiasi film d’animazione), è la prima ad essere interessante. Lego il film non solo filtra la cultura pop attraverso il linguaggio dei mattoncini, ma la decostruisce e la ricompone per essere qualcos'altro. Quando si guarda questo film, non si sta guardando solo una semplice storia ammiccante pensata per un pubblico “giovane” e piena di personaggi ammiccanti, ma si ha la sensazione di assistere alla rappresentazione della fantasia i qualcuno che sta giocando con i lego. Idea quanto mai semplice e geniale. Altra cosa interessante dell’opera (che la rende meno banale di quel che sembra) è la sua metareferenzialità, che la porta non solo a non prendersi sul serio ma anche a ironizzare sul lego come fenomeno di costume in sé. 

Lo ha amato soprattutto la mia parte più infantile.

Solo gli amanti sopravvivono
Di Jim Jarmush



Probabilmente la pellicola che mi ha segnato di più quest’anno. Jarmush è sempre stato uno dei miei registi preferiti. I suoi film sembrano girare a vuoto senza dire niente, ma una volta usciti dalla sala ci si rende conto che quel girare a vuoto non è stato invano, anzi, che quello che si è visto non era per niente un girare a vuoto. I vampiri di Jarmush rimangono delle figure affascinanti e al di sopra della Storia stessa. Unici rappresentati e custodi della sterminata e preziosissima cultura umana, rappresentanti però destinati a estinguersi e morire, costretti a sopravvivere cibandosi di quel sangue corrotto che li porterà alla inevitabile estinzione. Solo gli amanti sopravvivono è un film sulla decadenza e sulla deriva dell’esistenza. 

L’ho amato per tante ragioni, ragioni di cuore soprattutto.

I guardiani della galassia
Di James Gunn



Non c’è molto da dire se non che i Marvel Studios abbiano regalato il film di intrattenimento perfetto. Action commedy di fantascienza senza nulla che sia fuori posto, dai dialoghi graffianti ai personaggi memorabili, azione ben diretta, tanto umorismo e la voglia di non prendersi mai sul serio fino alla fine. Si potrebbe quasi azzardare a dire che questo film possa essere un ritorno a quella commedia spensierata e spettacolare tipica degli anni 80. Un nuovo Ghostbuster insomma. Ci starebbe stato bene anche l’ottimo Captain America: The Winter Soldier, ma i Guardiani rimane più genuino e spontaneo, per non dire meno “pretenzioso”. 

L’ho amato perché dannatamente divertente.

Maps to the Stars
Di David Cronenberg



Nulla mi toglie dalla testa che questo film possa essere visto come una controparte complementare di Mulholland Drive. Entrambi parlano di Hollywood, entrambi hanno la stessa fotografia luminosa e patinata, entrambi ragionano sul lato più oscuro e profondo dell’animo umano insito in una società che ha perso ogni contatto con la realtà e vive solo di immagini. Mentre il film di Lynch è fumoso, onirico e frammentato (da un “centro” iniziale si rompe in molteplici frammenti che vanno a ricomporsi in qualcosa di diverso nella seconda parte), la pellicola di Cronenberg è sobria, lineare e, soprattutto, convergente (la serie di storie frammentate e apparentemente slegate tra di loro convergono verso un centro unitario nel corso della trama stessa). Si gioca molto sulla simbologia (acqua/fuoco) e su temi ricorrenti che legano i destini di tutti i personaggi (l’incesto come elemento accentratore), ma nonostante divagazioni oniriche morbose (le visioni dei fantasmi), Maps to the star rimane straordinariamente lucido. 

L’ho amato perché è shockante e suadente allo stesso tempo.

Grand Budapest Hotel
Di Wes Anderson




Eccolo qui, il Wes Anderson che tutti amano! Questo film rischiava di scadere nel manierismo sfrenato. Per fortuna Anderson sa il fatto suo e riesce a tenere tutto in equilibrio e nella giusta misura. Era dai tempi de I Tanembaum che non apprezzavo così tanto un suo film. Grand Budapest Hotel è un omaggio al cinema ma, soprattutto, alla letteratura. L’ho apprezzato perché è un film squisitamente letterario, un film dove la storia e i personaggi hanno la stessa importanza delle immagini, tutte messe appunto in maniera perfetta quasi impeccabile, come se ci trovassimo davanti alle pagine di un romanzo. Ma non solo c’è misura, c’è soprattutto amore, amore di Anderson per i suoi personaggi, amore di Anderson per la sua storia, amore di Anderson per il cinema. 

L'ho amato perché è un film da amare.